Riforme scolastiche: c’e’ anche chi dice quello che tutti pensano…

In un batti e ribatti tra Tullio De Mauro e Paola Mastrocola alcuni spunti di riflessione sullo stato della scuola (gli interi interventi possono, ad esempio, essere reperiti qui).

16 maggio: De Mauro al Salone del Libro
Sbaglia Paola Mastrocola, nel suo pamphlet Togliamo il disturbo, a criticare pesantemente la scuola pubblica, che per la verità viene attaccata anche da autorevoli ministri della Repubblica e dal presidente del Consiglio». […]Tullio De Mauro, storico della lingua e ministro della Pubblica istruzione nel governo Amato, non ha esitato a definire la scuola pubblica «primo baluardo» del nostro Paese. Un baluardo da difendere nonostante i limiti, perché il panorama generale è davvero desolante […]Arriviamo a un 71%, secondo le stime più ottimistiche, di persone che hanno difficoltà a leggere e scrivere. […]

Risposta sul Corriere della Sera di Paola Mastrocola

[…] ho scritto Togliamo il disturbo proprio perché tengo alla scuola pubblica e mi fa pena vederla ridotta così: criticarla, anche duramente, mi sembra il primo onesto e doveroso passo in sua difesa, per cambiarla, visto che non funziona. Difenderla invece a oltranza e in modo astratto, difenderla soltanto in quanto pubblica e come tale meritevole di per sé mi sembra il peggior servizio che le si possa fare. Che la difendano, poi, coloro che molto hanno contribuito al degrado culturale ora in atto mi pare veramente troppo.

Ricordo che negli anni Sessanta-Settanta De Mauro, e altri linguisti e pedagogisti, hanno molto favorito, in nome di un primato del presente, una forte svalutazione della letteratura in quanto cosa del passato, nonché residuo di un crocianesimo da combattere. Oggi, poi, un’idea per me deleteria di scuola ha vinto e ci governa da una dozzina d’anni, cioè proprio dagli anni della micidiale coppia di ministri Berlinguer-De Mauro. Sono loro che, secondo me e secondo tanti docenti, hanno inferto un ulteriore colpo all’insegnamento, dando il via a un’idea di scuola utilitaristica, subordinata al mondo della produzione e del consumo, a un’idea di sapere solo strumentale e piattamente, immediatamente «spendibile» sul mercato e nella vita di tutti i giorni. Sono state queste idee (non certo il mio libro!) a svalutare e mortificare la scuola pubblica, facendo trionfare il «saper fare» sul sapere astratto e disinteressato proprio di una formazione culturale. Peccato!
Letteratura vuol dire lettura di libri, trasmissione dei grandi classici che hanno fatto la nostra storia e ci hanno per millenni arricchito delle loro idee: era lo strumento più alto che avevamo, noi insegnanti di lettere, per alzare il livello culturale dei nostri ragazzi! Era lo strumento più democratico del mondo perché, proprio arrivando a quell’altezza, potevamo con la scuola ancora dare una chance di crescita a chi veniva da famiglie senza libri e tradizione di studio. Invece De Mauro ha spazzato via la scrittura del tema, dicendoci di insegnare ai ragazzi a scrivere un verbale!

Se oggi i nostri ragazzi non sanno più leggere e scrivere, se non sanno organizzare i loro pensieri, è anche perché abbiamo creduto più ai verbali che ai grandi libri della letteratura. De Mauro è il primo che dovrebbe interrogarsi sul degrado degli ultimi dieci anni, a partire ad esempio dall’idea berlingueriana del «diritto al successo formativo»: è in nome di questa malintesa democraticità del sapere che la scuola ha abbassato così tanto l’asticella; voleva alzare i numeri degli istruiti, e così ha abbassato l’istruzione, a un livello tale che adesso moltissimi ragazzi che s’iscrivono al liceo e poi all’università sono costretti ad abbandonare gli studi perché la loro preparazione è drammaticamente inadeguata. Abbiamo oggi una dispersione post-obbligo altissima, che non è più dovuta alla povertà economica delle famiglie, ma ai danni cognitivi che noi abbiamo provocato alle menti dei giovani con una scuola dell’obbligo che non prepara più a niente, e con una scuola superiore che su quelle fragili basi è costretta a lavorare.

[…]
Mi chiedo quale scuola stia difendendo oggi il professor De Mauro. Ma di una cosa sono certa: la scuola che difende lui non è quella che voglio io, è una scuola che lascia desolatamente massa la massa, non la innalza e non la promuove (per di più dicendo, invece, di volerlo fare…). Su questo, forse sarebbe il caso che la sinistra cominciasse a riflettere.

Paola Mastrocola

17 maggio. Risposta di Tullio De Mauro sul Corriere

Negli ultimi anni c’è stato un succedersi di libri dedicati alla nostra scuola intitolati allo «sfascio», al «fallimento». E qualcuno non ha resistito alla tentazione di sferrare un attacco agli insegnanti, accusati d’essere fannulloni oppure agitprop. Degli attacchi hanno fatto le spese anche ragazze e ragazzi, autorevolmente dipinti come svogliati e peggio. È giusto un quadro del genere? Con la sua scrittura piacevole Paola Mastrocola ha il merito di spingerci a riflettere sulle possibili risposte a questa domanda.

Lei sembra non avere dubbi sulla risposta. La scuola merita di funzionare per le ragazze e i ragazzi che troviamo disponibili ad accogliere il nostro insegnamento: uno su venticinque nella sua classe. Gli altri si arrangino in canali scolastici per gli svogliati e, insomma, «tolgano il disturbo » a se stessi e a noi che vorremmo accrescere il loro sapere. Questa risposta trova consensi. E se i consensi fossero seri e dovessero persistere darebbero una mano a chi di taglio in taglio delle risorse prefigura una scuola ridotta ai minimi termini. Torniamo così a porre una domanda: possiamo fare a meno di una scuola che funzioni invece a pieno regime? Che funzioni per far venire la voglia di studiare (se davvero non ce l’hanno) anche agli altri ventiquattro alunni della professoressa Mastrocola?
[…]segue una lunga citazione di dati e percentuali (ndr)
Possiamo essere orgogliosi di quello che la nostra scuola ha saputo fare e sa fare, per il capitale umano e sociale che ha creato e crea. Ma i progressi non sono mai definitivi. Dobbiamo andare più avanti. […]

Tullio De Mauro

Per quanto mi riguarda, sono piu’ propenso a vederla come la Mastrocola, pur non avendo ancora letto il suo libro. Non mi sembra pero’ condivisibile quello che suggerisce De Mauro riguardo alla posizione della sua interlocutrice, dove dice che per lei “La scuola merita di funzionare per le ragazze e i ragazzi che troviamo disponibili ad accogliere il nostro insegnamento”. Suggerisce un “solo” mentre secondo me vale un “anche”, insinua che se si sta dietro alle eccellenze si perdono gli altri. Semmai e’ certamente vero il contrario: se si sta solo dietro alla massa si perdono le eccellenze ma anche chi dalla massa, con applicazione , entusiasmo e senz’altro anche con fatica, vuole emergere. Quante volte, nelle nostre classi, alunni “rompiscatole” sono maturati e divenuti leader nel guidare i compagni verso obiettivi piu’ alti! Che stimolo per tutti quando nelle classi si crea quella competitivita’ positiva di chi vuole l’eccellenza! Chi arranca spesso rimane indietro, ma non e’ sconfitto, e’ solo un gradino sotto, per scelta personale o minore attitudine: nella vita ci saranno occasioni per invertire le parti.
Lo studio metodico, o l’esempio di studio metodico fatto da altri, sono la base per creare dei buoni cittadini, al di la’ di tutte le nozioni di “cittadinanza” che le riforme che si sono susseguite propongono a parole, smentendole nei fatti.
Per concludere, un piccolo spunto riguardo al lavoro: se la nostra amata Repubblica e’ fondata sul lavoro (art. 1 della Costituzione), impariamo a rispettare e a far rispettare il lavoro di tutti, dal bidello al netturbino, dall’operaio all’insegnante, dall’impiegato alla badante: il primo lavoro che i nostri ragazzi fanno e’ quello di studiare, quindi facciamoglielo apprezzare, mettendogli davanti anche le difficolta’ che comporta: la soddisfazione del riuscire a superarle sara’ il loro premio piu’ grande, al di la’ del 6 o del 9 con cui sara’ valutato. Quando andranno sul posto di lavoro, sia da sottoposti che da dirigenti, avranno rispetto per chi gli sta accanto.
In una societa’ civile saper riconoscere, e veder riconosciuto, il valore del proprio lavoro e’ una delle prime regole per vivere felici.

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